Segretario Bersani, un po’ di coraggio
Pier Luigi Bersani ha aderito all’appello del Quirinale per una rapida approvazione della manovra finanziaria, anche per evitare l’isolamento dopo che Pier Ferdinando Casini e persino Antonio Di Pietro avevano espresso l’impegno a “dare una mano” per evitare guai peggiori. Per segnalare la sua sostanziale riluttanza, però, Bersani ha voluto chiarire che, comunque, il suo partito voterà contro. Non ha voluto neppure attendere l’incontro del ministro dell’Economia con le opposizioni. Leggi Berlusconi rompe il silenzio, invoca coesione e delude i fan del governissimo
5 AGO 20

Pier Luigi Bersani ha aderito all’appello del Quirinale per una rapida approvazione della manovra finanziaria, anche per evitare l’isolamento dopo che Pier Ferdinando Casini e persino Antonio Di Pietro avevano espresso l’impegno a “dare una mano” per evitare guai peggiori. Per segnalare la sua sostanziale riluttanza, però, Bersani ha voluto chiarire che, comunque, il suo partito voterà contro. Non ha voluto neppure attendere l’incontro del ministro dell’Economia con le opposizioni, dal cui esito si saprà quali delle richieste di emendamento del testo saranno accolte dal governo. Normalmente una forza di opposizione condiziona il suo voto all’esito di merito del confronto con l’esecutivo, che peraltro di solito non dà risultati significativi.
Questa volta, invece, la maggioranza ascolterà le proposte altrui e sembra intenzionata ad accettarle almeno in parte. Forse proprio per questo Bersani ha voluto anticipare il suo giudizio negativo, che sarebbe stato ancora meno comprensibile in caso di esito soddisfacente del confronto. Non solo, la presidente dei senatori democratici, Anna Finocchiaro, ha ripetuto come un disco rotto che dopo l’approvazione della manovra, Silvio Berlusconi si deve dimettere. Si tratta di un’evidente sciocchezza, legata alla prospettiva di un “governissimo” di carattere tecnocratico che persino Romano Prodi boccia esplicitamente sostenendo che “non durerebbe un giorno”.
Se avesse un po’ di coraggio, Bersani darebbe retta al professore bolognese, sostiene che oggi “bisogna mettere insieme governo, opposizione e Banca d’Italia perché qui il problema è dimostrare che il paese è compatto”. Poche settimane fa Bersani aveva giudicato irraggiungibile e antipopolare l’obiettivo del pareggio nel 2014, ma oggi dovrebbe riconoscere che quell’impegno deve essere mantenuto da qualsiasi governo, altrimenti, volontariamente o meno, si renderebbe corresponsabile dell’attacco speculativo. Se accetta quel vincolo, il Partito democratico può insistere per correzioni del decreto, ma non contestarne i saldi. A quel punto un voto non contrario sarebbe la conseguenza logica, mentre l’insistenza preventiva sul voto contrario corrisponde solo a un calcolo elettoralistico. Che poi gli italiani apprezzino un comportamento schizofrenico venato di demagogia più di quanto apprezzerebbero un’assunzione di responsabilità esplicita, è tutto da dimostrare.
Questa volta, invece, la maggioranza ascolterà le proposte altrui e sembra intenzionata ad accettarle almeno in parte. Forse proprio per questo Bersani ha voluto anticipare il suo giudizio negativo, che sarebbe stato ancora meno comprensibile in caso di esito soddisfacente del confronto. Non solo, la presidente dei senatori democratici, Anna Finocchiaro, ha ripetuto come un disco rotto che dopo l’approvazione della manovra, Silvio Berlusconi si deve dimettere. Si tratta di un’evidente sciocchezza, legata alla prospettiva di un “governissimo” di carattere tecnocratico che persino Romano Prodi boccia esplicitamente sostenendo che “non durerebbe un giorno”.
Se avesse un po’ di coraggio, Bersani darebbe retta al professore bolognese, sostiene che oggi “bisogna mettere insieme governo, opposizione e Banca d’Italia perché qui il problema è dimostrare che il paese è compatto”. Poche settimane fa Bersani aveva giudicato irraggiungibile e antipopolare l’obiettivo del pareggio nel 2014, ma oggi dovrebbe riconoscere che quell’impegno deve essere mantenuto da qualsiasi governo, altrimenti, volontariamente o meno, si renderebbe corresponsabile dell’attacco speculativo. Se accetta quel vincolo, il Partito democratico può insistere per correzioni del decreto, ma non contestarne i saldi. A quel punto un voto non contrario sarebbe la conseguenza logica, mentre l’insistenza preventiva sul voto contrario corrisponde solo a un calcolo elettoralistico. Che poi gli italiani apprezzino un comportamento schizofrenico venato di demagogia più di quanto apprezzerebbero un’assunzione di responsabilità esplicita, è tutto da dimostrare.